Giacomo Alfredi

Si passano le stagioni a scavare il tronco di un albero per preparare la piroga su cui c’imbarcheremo in autunno. Luciano Erba


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Nov 25

Emma Pretti

Esser poeti è:

Esser pöeti è legger nei futuri
Giorni; è spaziar nel cielo delle indagini
Condannate dai timidi cervelli;
Esser pöeti o sentirsi maturi
Quando nel sangue bollono i vent’anmi;
È ridere di tutto, esser ribelli
Alla gloria e agli affanni.

Esser pöeti è librarsi giganti
Sull’universo e, in sè raccolti, vivere
Animati da incognita scintilla;
È accogliere del par sorrisi e pianti,
Inni e bestemmie, rantoli e vagiti;
È scrutar con impavida pupilla
I misteri infiniti;

È piangere col vinto e coll’afflitto,
Nè al forte, al vincitor, negare il plauso,
Nè armar la cetra d’una corda sola;
È comprender la colpa ed il delitto,
Laudando il sacrifìcio e l’innocenza;
È cantar tra un bicchiero e una carola
Il chiostro e l’astinenza.

Prisma novello, col pensiero, i mille
Raggi dell’universo in sè raccogliere
E mutarli in cadenze e in armonie;
Poi fra le genti seminar scintille,
Fatali incendi suscitando intorno,
Turbando il cranio alle persone pie…
O illudendole un giorno!

Esser pöeti è salir sovra un monte,
Di notte, quando il ciel di stelle è fulgido,
E, in estasi, esclamar: “Credo! V’è un Dio!”
E inginocchiarsi, e chinare la fronte,
Ripieno il cor di mistica paura…
Poscia negarlo o metterlo in oblio
Discesi alla pianura!

Esser pöeti è viver d’illusioni
Che sull’Eterno Nulla il piede appoggiano;
È celiar con sè stessi e con coloro
Che vi sanno ammirar nelle canzoni;
È accettare, negando, il Bene e il Male;
È desiare la miseria e l’oro,
La reggia e l’ospedale.

Esser pöeti è tentar l’ocëano
Della vita; è svelarlo; è, ansanti, correre
Dietro un caro idëal…. cui non si crede!
È comprender del tutto il nulla arcano,
E, d’ogni cosa quaggiù disperando,
Trovare ancora entusïasmo e fede
Per vivere cantando.

Esser pöeti è abbandonarsi ai sensi;
È compendiare un secolo in un distico;
È mutar l’alimento del mattino,
A vespro giunti, in voli eccelsi, immensi….
E, invero, questi versi sono usciti
Dalle vivande o dal _preteso_ vino
Che l’oste m’ha imbanditi.

Ferdinando Fontana, Liriche, Prefazione ai miei versi.

Forse è il mendicante di se stesso, il poeta - anche se vellutato interprete della propria esistenza. E si aggira per il mondo come un fanciullo, sempre tale, davanti alla natura che non recita, sicuro di poterne comprendere la meccanica. L’intuizione del movimento - gli basta, e davanti alla ruota dentata che riconosce sua e che è ferma, aspetta: prima o poi si muoverà, se non altro per quel sentimento di lui che l’alimenta. Per questo è disposto ad aspettare anche tutta la vita, come per dire grazie a un dono.

Twitter, o un altro modo di incontrar poeti: Emma Pretti 

Mendicante

Povero e nel sole. Il sole che saltava
dall’ombra alla luce. La sua luce chiara
le mie vesti meschine. E ballavo.
Povertà di tasca e di parola.
Fuggivo sopra un organo miracoloso
Percorso da faville.
Così ho sognato di quella musica
l’indescrivibile gioia del mondo
in quella musica, dentro il mio cuore.
Che era pieno del successo di quella
musica che aveva conquistato il mio cuore.

da I giorni chiamati nemici, (Società Editrice Fiorentina, 2010)

Senza titolo (inedito)

Schiacciata contro la parete della
scogliera, affronto a viso aperto
questo mare dove le onde burrascose
non mi raggiungono più,
impotenti rumoreggiano ai miei piedi.

E per te, Emma, cos’è esser poeta?

Chi scrive poesia difficilmente ama esprimersi con lunghi giri di parole. Ecco perchè, andando subito al cuore della domanda, direi che essere poeta per me significa trattare la materia interna delle cose, umane o naturali che siano – “ Fu questo un poeta – colui che distilla/ un senso sorprendente da ordinari/ Significati, essenze così immense/ da specie familiari.. – E ancora: “ Accendere una lampada e sparire/ questo fa il poeta../ “ recita sempre la Dickinson, che insieme a Leopardi costituisce una delle mie due “Bibbie” poetiche. 
Il discorso ci chiama a definire la sostanza della poesia - un terreno davvero fin troppo calpestato.
Ho letto molte definizioni di poesia e le ho trovate sostanzialmente tutte esatte. Ognuna di loro riesce a colpire il bersaglio descrivendo in modo appropriato almeno una delle sue caratteristiche. Mai però tutte e tutte insieme: la poesia si presenta sempre troppo poliedrica e vasta. Mentre noi lettori, poeti, amanti della sua ineffabilità, siamo tutti troppo innegabilmente umani e perciò limitati.
La subiamo, dal momento che  la poesia è la sintesi di un lampo che illumina il volo di un’ape furiosa – (permettetemi questo affastellamento di immagini) – La poesia si presenta come il risultato della rapidità mentale di un processo essenzialmente intuitivo – qualità che comunque non influenza l’ampiezza del componimento, di poche righe come di un centinaio di pagine, quali si presentano i poemi. Appare piuttosto come una luce che tende a illuminare le cose dall’interno. Una torcia accesa puntata verso il groviglio, l’accumulo o il deposito delle nostre emozioni, dei processi psicologici che sottintendono alle azioni e agli eventi – sfiorando in questo caso il settore dell’etica (non certo nel senso di giudizio morale) ma nel rivolgere lo sguardo alle domande cardine dell’etica filosofica, in maniera concreta e un tantino più ribelle di quanto la filosofia non faccia.
Fermo restando comunque che, d’accordo con G. Baumgarten, poesia e filosofia viaggiano su due binari staccati poiché si muovono con processi cognitivi diametralmente opposti – ma questo è un territorio complesso che richiede un discorso a parte, da sviscerare magari in un prossimo post.
Tornando alla domanda iniziale, essere poeti significa tenere in mano con mente salda questa torcia e affrontarne le visioni – significa scoprirsi tutt’altro che fragili sognatori, più spesso invece “utilizzatori di sogni”, indagatori di anime, che ogni più piccolo elemento conduce alla parola.
Parafrasando il quarto Vangelo: “Alla fine è la parola, e la parola è l’uomo, e la parola è con l’uomo”. 
A questo punto mi fermerei – la continua e insistita necessità di definirsi risulta sempre un po’ sospetta, segnala una carenza d’identità e un mancato riscontro da parte del mondo esterno, in questo caso dei lettori che nei confronti della poesia hanno messo in atto una vera e propria defezione a favore di generi letterari più immediati.
Ultimamente la poesia si è rivolta ai social network confidando in una piattaforma capace di offrirle una maggiore diffusione e visibilità, ma sulla sua reale efficacia per ora possiamo solo saldare augurio e speranza.
Cercando di sfruttare fino in fondo le possibilità della rete e creare intrecci e nuovi circuiti, vorrei concludere segnalando un link dove è possibile trovare, sui temi sopra rapidamente affrontati, altre articolate e interessanti riflessioni:   http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/04/05/48288/ 


Nov 15

E così si è messo cattivo tempo.

«Io non leggo mai. Non leggo libri… cose… pecché… che comincio a leggere mo’ che so’ grande? Che i libri so’ milioni, milioni, non li raggiungo mai, avete capito? Pecché io so’ uno a leggere, loro sono milioni a scrivere, cioè un milione di persone, e io uno, e mentre ne leggo uno ne hanno scritto già milioni… e allora ma che me ne importa a me?»

Leggere è specchiarsi nell’euforia dell’esistere, passeggiare tra i libri è trovare per caso quella parte di te che, distratta, ti parla.

Una libreria è un posto magico. Un posto dove il tempo è soltanto un ombrello chiuso e nel quale si possono compiere quelle che vengono chiamate le avventure serendipiche. Ma che cos’è un’avventura serendipica? Qualche tempo fa l’ho chiesto al mio amico su Twitter, Francesco Pazienza, psicanalista, docente e blogger, ringraziandolo per la sua bella e divertente risposta.

Professore, cos’è un avventura serendipica?

Eh, eh… (pensa Francesco).  Ecco quello che Lacan chiama il soggetto-supposto-sapere! Onore del vero, il signor Pazienza aveva sentito nominare quella parola ma non ne conosceva esattamente il significato. Non lo disse subito. Sperava di non doverlo confessare. Pensava di arrampicarsi sugli specchi. Un esercizio piuttosto abituale per lui. Prese tempo.Tuttavia il sig. Alfredi qualcosa doveva averla intuita. Cominciava a rendersi conto di aver preso un granchio, cominciava a realizzare che tutto sommato il professore era lui… Tutto un gioco tra professori, finché il signor Pazienza non approfittò per darsi una sbirciatina a Wikipedia. E voi, cari lettori, non provereste a fare come quelli che quando il vicino di tavolino al bar legge il giornale, inclinate la capoccia per leggere anche voi? Oppure quando mentre lui legge una pagina interna, sicuramente quella dello sport, non vi fate venire il torcicollo per spiare i titoli della politica sulla prima pagina spalancata davanti a voi? Non fatevi venire il torcicollo, guardiamola insieme su Wikipedia: 

Serendipità

Ormai il gioco era fatto! Ora si che il professor ffwolfango era in grado di rispondere al sig. Alfredi come si conviene. Da vero professore! Finalmente, non solo aveva il bandolo della matassa ma capiva che lui e la serendipità erano la stessa cosa. Si, perché spesso non sai di sapere quello che sai. Oppure non sai che nome dargli. Oppure trovi un nome e non sai a cosa corrisponda. Come appena successo. Ma poi scopri che il fondo lo sapevi da sempre. Perchè la verità è che nessuno sa né quello che sa, né quello che vuole. In fondo capisci le cose solo quando la tua vita ci si rispecchia dentro. E non solo. Quando la tua vita è rivista e interpretata da quel viaggio attraverso lo specchio. E questo era avvenuto. Improvvisamente aveva capito un sacco di cose. Lasciamo stare il fatto che innumerevoli scienziati cercavano una cosa e ne trovavano un altra. Ma chi se ne frega! Lasciamo stare che da Wittgenstein a Feyerabend a Thom, non avevano detto altro. Sapevano e sappiamo bene grazie a loro che…: la scienza non è una cosa logica. La sua storia non è consequenziale. Anche di questo, in fondo, chi se ne frega! La cosa importante era che per la prima volta intuiva il perché di un paio di cose che lo toccavano da vicino e l’avevano infastidito non poco. Per prima cosa capiva perché quando, e solo quando, metteva a posto le cose, non le trovava più. Quante volte aveva maledetto quel prosaico vizio di mettersi a freddo a metter a posto le cose. E le metteva a posto così bene, le nascondeva in modo così perfidamente efficace, che era impossibile ritrovarne le tracce. E poi quando iniziava la caccia al tesoro per ritrovare le sue povere cose, non parliamo di diamanti o di oro, …. trovava sempre e sistematicamente altre cose che non aveva cercato. E però era ugualmente tanto contento perché gli sembrava che in fondo qualcosa di utile si trovasse sempre. Tra le sue povere cose. Era fresca la soddisfazione di aver trovato, a metà di settembre, una cartellina ben confezionata, ordinata e legata. Aveva anche la sua bella etichetta col nome ben scritto col pennarello. Diceva: urgenze agosto 2010. Bene ora poteva tornare soddisfatto! Che cara persona quel Giacomo Alfredi. Lui si che era una vero professore! Grazie professore, adesso mi par qualcosa di averla capita! Ora che lei mi ha fatto quella domanda. Grazie e saluti in famiglia!

E voi, miei cari lettori, avete capito perché è importante cercare?

Cercate con amore, disinteressatamente, le vostre povere cose. Senza pretendere di volerle mettere a posto. Sicuramente ne troverete altre. Magari migliori. Sicuramente prima o poi troverete voi stessi. O almeno qualcosa a cui vi sembrerà di assomigliare. Si trova se stessi solo cercando dell’altro. E quando si crede di aver trovato se stessi…. Sicuramente si è trovato altro.

Pazienza, Francesco!

Francesco Federico Wolfango, comunque  continuava, disperatamente a cercare le sue povere cose! Qualcuno di noi può aiutarlo? Così magari ritrova se stesso!  

Francesco come suo nonno, Federico come Nietzsche, Wolfango come Goethe.

A tutto questo aveva pensato suo padre. Che padre colto… Ma lo aveva solo pensato…. Poi dicono che quei due non si somigliano!

(Video tratto dal film Le vie del Signore sono finite, Massimo Troisi)


Nov 5

Mariangela Lecci

Il mondo fuori dal mio adorato negozio di libri era tutto un divorarsi a vicenda in una feroce competizione, un si salvi chi può. Ogni cosa era li, pronta a colpirci a morte, implacabile. Le probabilità di sopravvivere un anno erano pari a zero. Di fatto, dal punto di vista statistico, eravamo praticamente morti. […] Se c’è un merito da riconoscere alla letteratura è che infonde un senso di fatalità. Niente, più di una vivida immaginazione, riesce a privare una persona del suo coraggio. Ho letto il diario di Anna Frank, sono diventato Anna Frank. Gli altri potevano provare infinito terrore, appiattirsi spaventati in un angolo, sudare di paura, ma, non appena il pericolo passava, era come se non si fosse mai presentato, cosí riprendevano a trotterellare felici. […] Io invece sopravvivevo a tutti loro e, di contro, morivo migliaia di volte. Ho percorso la vita trascinandomi dietro una bava di paura luccicante come una lumaca. Quando morirò davvero, sarà una delusione.

(Firmino, Sam Savage)

Continuando ad avventurarmi sulla rete ed in particolare su Twitter come Firmino, il topolino protagonista del romanzo d’esordio dello scrittore americano Sam Savage (romanzo scritto a quasi settant’anni), ho incontrato la blogger Mariangela Lecci, esperta in Comunicazione Web. Mariangela Lecci è Lamentesonoio, donna senza fretta, tessitrice di idee, note, parole e relazioni. Ma soprattutto di fili. Liquidi. Anche a lei, ringraziandola per la gentile disponibilità, ho rivolto un paio di domande.

Quali sono gli errori da evitare nella Comunicazione Web?

La Comunicazione Web sembra essere ormai la più gettonata per relazionarsi. Dico sembra perché comunque siamo il paese dove è ancora la televisione a farla da padrona. Ma in linea di massima, iniziamo a non mandare più sms, ma a scriverci sulla bacheca di Facebook, non stampiamo più locandine, ma creiamo eventi su Facebook, postiamo pensieri sul nostro blog, twittiamo informazione, visitiamo ebay per comprare a buon prezzo. Chattiamo tantissimo. Usiamo Skype per parlarci continuando a usare il web. Il maggior veicolo sono gli occhi. Il web io lo leggo, lo guardo, in prima misura. Pensiamo però a Youtube che è popolarissimo e usato in molti social network come un modo per suggerire ed esprimere sentimenti, idee, partecipazione. Quindi anche le orecchie sono importanti. La comunicazione vuole essere veicolata in diversi modi sul web. Abbiamo anche lì bisogno dei cinque sensi come nella comunicazione fisica tra persone. Siamo ancora molto lontani da questo tipo di comunicazione sui 5 fronti sensoriali. L’errore da evitare è secondo me utilizzare il nostro senso privilegiato, perché ciascuno di noi ne ha almeno uno. Bisogna pensare che chi ci visita ha 5 sensi utilizzabili e che noi non sappiamo qual è il predominante. Il visivo ha un suo modo di esplorare, l’auditivo ne ha un altro e così via. L’errore più grosso è ignorare il modo in cui chi ci visita ci scopre. Dobbiamo dare a ciascuno la possibilità di esperire lo spazio web in maniera fruibile, usabile, facilmente intuibile. Io dico sempre che anche mia nonna che non sa cos’è un pc quando apre un sito deve capire subito cosa contiene e a cosa le può servire. A ciascuno l’esperienza di riuscire a realizzare questo.

Le potenzialità della Comunicazione Web sono enormi. Tra i tuoi clienti qual è il livello di consapevolezza?

Mi ritengo fortunata: lavoro con persone appartenenti alla fascia 40-60 anni con cui facilmente trovo riscontro a riguardo dei nuovi media. Incredibile, ma vero. La vera cosa incredibile invece è che la fascia tra i 30-40 è quella più dura da convertire alle nuove tecnologie di comunicazione. Ricordo un giovane imprenditore di 31 (di buona cultura, libero professionista, con una decina anni di esperienza lavorativa alle spalle) che davanti alla possibilità di avere una comunicazione web che gli incrementasse l’attività, mi rispose a chiare lettere: «A me internet non serve». Quel giorno mi resi conto di quanto siamo ancora immaturi e provinciali su questo fronte. Ci sono paesi dove la banda larga è un diritto, Internet lo si insegna a scuola, l’e-commerce è un must, l’informazione televisiva parla insieme a quella web, i giornalisti sono ottimi comunicatori sui social network. In Italia siamo molto indietro ed è ovvio che la consapevolezza della potenza comunicativa del web sia molto bassa. Abbiamo ancora molto da crescere!


Ott 22

Rimani qui sul bastione

Gli andò incontro, e assieme a lei c’era la serva che teneva in braccio il bambino ancora piccolo, tenero, il figlio amato di Ettore, bello come una stella; il padre gli aveva messo nome Scamandrio, ma gli altri Astianatte, «signore della città», perché Ettore era la sola difesa di Troia. L’eroe sorrise in silenzio vedendo il bambino, ma Andromaca gli fu accanto, versando lacrime, gli prese la mano, e gli parlò in questo modo: «Sventurato, il tuo coraggio ti ucciderà. Non hai compassione del tuo bambino, né di me infelice […] rimani qui sul bastione…» 

             (Iliade, Libro VI, vv 400-431)

Non da eroe ma tristezza di uomo è dover abbandonare la propria terra per cercare altrove lavoro e conoscenza. Nuove parole, nuovi colori, nuovi cieli racconteranno una storia che diventerà la sua, mentre si convince, a malincuore, che solo il guardare altrove significa vincere. «Rimani qui sul bastione», sembra dire, invece, una regione, amica antica di una terra, la Grecia, culla della civiltà e della poesia immortale. Questa regione è la Puglia del Presidente Nichi Vendola, il cui progetto, Ritorno al futuro, rappresenta un notevole sostegno ai giovani, considerati la vera grande risorsa per lo sviluppo e la crescita socio-economica e culturale della regione. Sono venuto a conoscenza di questo importante progetto grazie all’incontro avuto con il professor Raffaele Valletta, uno dei più autorevoli esperti in comunicazione aziendale della Puglia, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Bari e in altri contesti universitari.  Il professor Valletta è titolare dello Studio Valletta Comunicazione di Bari, agenzia di comunicazione che opera nel settore dal 1972 e che ha come principale obiettivo lo sviluppo della cultura del marketing e della comunicazione sul territorio. Lo Studio Valletta organizza un Master in Marketing, Comunicazione d’Impresa e Comunicazione Pubblica, giunto alla 30esima edizione. Ho chiesto al professore di parlarci del Master e per questo motivo gli ho rivolto un paio di domande, ringraziandolo per la sua gentile disponibilità.

Professore, grazie per l’ospitalità. Qual è l’obiettivo del Master in Marketing, Comunicazione d’Impresa e Comunicazione Pubblica?

Il Master, giunto alla sua 30esima edizione, si svolge nelle sedi di Bari, Foggia e Lecce e nasce essenzialmente per colmare un’esigenza del territorio, divenendo col tempo un punto di riferimento per i giovani laureati pugliesi, non più costretti ad allontanarsi dalla propria regione alla ricerca di un ampliamento delle proprie conoscenze fondate sul saper-fare e non solo sul sapere. L’obiettivo principale, frutto di un ambizioso progetto formativo derivante dalla lunga esperienza dello Studio Valletta (agenzia di comunicazione che opera nel settore dal 1972), è quello di sviluppare con il proprio know-how la cultura della comunicazione e la cultura d’impresa, percorsi obbligati per lo sviluppo della nostra economia sempre più orientata alla realizzazione di attività imprenditoriali capaci di confrontarsi con le asperità dei mercati. A ciò si aggiunge il crescente interesse da parte delle Pubbliche Amministrazioni impegnate nella qualificazione e nella ricerca di professionalità maggiormente rispondenti alle proprie esigenze (Legge 150/2000). A dimostrazione degli elevati contenuti formativi e per la presenza di un corpo docente proveniente da contesti professionali, aziendali e universitari d’eccellenza (fanno parte del comitato scientifico il prof. Aldo Blasi, il prof. Romano Billet e il prof. Enrico Finzi), il Master è l’unico nel centro-sud d’Italia ad aver ottenuto l’importante riconoscimento TP - Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti, che permette ai partecipanti, a conclusione del percorso formativo, di entrare in Associazione con la qualifica di Pubblicitario TP senza sostenere l’esame d’ingresso. Al termine delle lezioni didattico-frontali, basate sull’alternarsi di incontri teorici-pratici, work-shops e case-histories, il Master prevede la realizzazione di un project work, permettendo in tal modo una specifica conoscenza e applicazione delle nuove tecniche, strategie e strumenti del Marketing, della Comunicazione e della Pubblicità. 

Qual è la risposta delle aziende legate al territorio pugliese?

Alla fine del percorso formativo per i partecipanti è prevista la possibilità di effettuare un tirocinio (stage) della durata di 4 mesi, prorogabile fino a 6 mesi in realtà aziendali - la cui presenza è davvero significativa (oltre 600 aziende regionali e nazionali) - valorizzando in questo modo le inclinazioni e, soprattutto, assecondando le preferenze di ognuno. Il tirocinio costituisce un’importante occasione di relazione e confronto con il mondo del lavoro, oltre a creare interessanti opportunità occupazionali, come dimostrato dal crescente placement (83%) emerso dalla valutazione dei risultati raggiunti dalle precedenti edizioni del Master. E, a questo proposito, un aspetto importante da sottolineare è che il 75% dei partecipanti al Master trova occupazione nell’ambito del territorio pugliese, rispondendo all’obiettivo di Ritorno al futuro, lodevole iniziativa della Regione Puglia il cui fine è quello di valorizzare le giovani risorse umane pugliesi, facilitandone l’inserimento nel mondo del lavoro nel proprio territorio.   


Ott 14

 Intervista a Franca Berbenni.

«Non prestare mai libri, perché nessuno li restituisce; i soli libri della mia biblioteca sono quelli che mi hanno prestato.»

Questa frase è attribuita al grande scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 1921, Anatole France. Sembra non essere così invece per Franca Berbenni, blogger - che ho avuto il piacere di conoscere sulla rete e in particolare su Twitter - ideatrice e curatrice del blog LibriINprestito, il progetto dei libri in prestito nato quasi per gioco nel luglio del 2004, con il quale si è inventata un modo nuovo per far viaggiare i libri e renderli unici. Il prestito è gratuito e aperto a tutti, ma, come si legge nella home page del suo blog a due condizioni:

«Ricordati di restituire il libro entro un mese e mezzo e, soprattutto, fa’ in modo che il libro, tornando nelle mie mani, sappia raccontarmi del tempo passato nelle tue.»

Incuriosito, ho rivolto a Franca Berbenni qualche domanda, ringraziandola per la sua gentile disponibilità, anche nel fornirmi le risposte in formato audio.

Parlami del tuo progetto LibriINprestito. Come ti è venuto in mente?
Puoi dirmi quanti sono i libri che hai e quanti sono quelli in prestito in questo momento?
Quali sono i libri più prestati?
Una delle regole per accedere al prestito (gratuito) è lasciare un segno del passaggio (sottolineature, giudizi, commenti). Cosa hai scoperto di te (se hai scoperto qualcosa, magari rileggendo un libro), dal segno di questo passaggio?


Ott 8

La Repubblica dell’Immaginazione

Immaginazione è teatro. È luogo in cui sei attore e regista, sceneggiatore e scenografo, addetto alla biglietteria, pubblico, e, un istante dopo, niente di tutto questo, ed è la spiaggia di quand’eri bambino, dove ogni ricordo è solo un pretesto per ricominciare a sognare, luogo in cui male che ti vada, avrai passeggiato fra le stelle.

Azar Nafisi è iraniana. Per essersi rifiutata di portare il velo è stata esplusa dall’università di Teheran nel 1997. Oggi vive negli Stati Uniti dove insegna Letteratura inglese alla Johns Hopkins University. E’ autrice di Leggere Lolita a Teheran (Adelphi, 2007, 3 ed.), un’appassionante celebrazione dell’atto della lettura.

(Ciò che unisce lo scrittore ai propri lettori è il fatto che oltre a quella che siamo abituati a chiamare «realtà», essi condividono, come dice Nabokov, «la sensazione di trovarsi in qualche modo, da qualche parte, in rapporto con un altro stato dell’essere dove è l’arte (la curiosità, la tenerezza, la gentilezza, l’estasi) a dettar legge». Questo «in qualche modo, da qualche parte» potremmo chiamarlo la Repubblica dell’Immaginazione, un altro mondo, parallelo a quello reale. - Discorso tenuto a Roma nel giugno 2004)

Ogni giovedi mattina, nel suo soggiorno di casa a Teheran, la professoressa Nafisi accoglie 7 studentesse, simbolo della condizione femminile sotto un regime integralista. Il luogo diventa rifugio-tentativo-di-comprensione-della-realtà, e la lente scelta per questa operazione è la lettura dei romanzi dell’Occidente, in particolare Lolita di Nabokov, libro moralmente corrotto, di cattivo esempio per i lettori perché induce ad azioni immorali, secondo i custodi della moralità della Repubblica islamica.

Navigando sulla rete in cerca di approfondimenti, sono approdato sugli appunti di Gabriella Alù sul sito MeDea. E visitando il suo blog mi sono accorto che i suoi appunti non si limitano al libro della Nafisi. Per questo motivo, e per il piacere di condividere la passione per la letteratura, ho rivolto a Gabriella Alù un paio di domande, ringraziandola per la sua gentile disponibilità.  

Ad un certo punto del libro si legge: “Avremmo scoperto come il banale ciottolo della vita quotidiana, se guardato attraverso l’occhio magico della letteratura, possa trasformarsi in pietra preziosa”. La letteratura - quindi - come strumento per reinventare il presente. Lei, con la sua voglia di condividere sul web degli appunti e non semplici recensioni, compie un’operazione simile: che tipo di presente vuole reinventare?

Il perchè del mio blog, del mio sito su Proust, di altri appunti di lettura che si trovano sparsi nel web sta semplicemente nel fatto che quando leggo libri che mi colpiscono particolarmente o quando cerco di approfondire la conoscenza di autori che mi sembrano per una qualsiasi ragione importanti mi piace prendere appunti e cercare di strutturare le mie riflessioni. Cerco semplicemente, insomma, di mettere un po’ d’ordine nei miei pensieri. Potrei poi, queste riflessioni, tenermele nel cassetto o conservarle in quello che oggi rappresenta l’equivalente del vecchio cassetto, e cioè nella pancia del mio Hard Disk. Invece metto questi appunti in Rete, a disposizione di tutti. Sono contenta se e quando vengo a sapere che magari hanno suscitato in qualcuno la voglia di leggere quel libro, o hanno stimolato ulteriori riflessioni, connessioni con altri libri ed altri autori. Tutto qui. E poi, sulla funzione ed il ruolo della letteratura la penso grosso modo come Harold Bloom quando, ne “Il canone occidentale”, scrive che la letteratura “non salverà nessun singolo, non più di quanto migliorerà qualsivoglia società” e che al massimo ci fornisce il modo di “parlare con noi stessi e sopportare noi stessi” aiutandoci, forse, a morire meglio. Può sembrare una visione pessimistica e riduttiva della letteratura, ma io credo il contrario.

Qualche tempo fa su la Repubblica è apparso un articolo molto interessante di Mario Perniola dal titolo “La guerra dell’eros”. Alla rivoluzione iraniana - scrive l’autore - l’Occidente avrebbe risposto anche con la deregolamentazione della pornografia, che offre al mondo intero (ma soprattutto a quello islamico) una sfida di proporzioni colossali: l’immagine del paradiso in terra qui ed ora. Lei cosa ne pensa?

Quello che scrive Perniola non mi convince del tutto, mi sembra una visione piuttosto schematica e centrata quasi esclusivamente sull’aspetto macro-politico della questione della cosiddetta rivoluzione sessuale e dello “sdoganamento” della pornografia (che a mio parere possono ma anche possono non equivalere a “liberazione”) da una parte e uso del velo, chador, burqua dall’altra (che può ma anche può non equivalere necessariamente “tout court” a oppressione della donna). Quello che a me viene da dire - per  esprimermi molto in sintesi e semplificando al massimo -  è che più che parlare di paradisi su questa terra o nell’aldilà sia importante che al centro della questione del se e quanto esporre il proprio corpo ci sia una scelta individuale che sia veramente libera. Se e quanto spogliarsi, se mettere oppure no il chador o il burqua o il velo non dovrebbe essere un gesto derivante da imposizioni esterne di  alcun tipo, da motivi economici, da appartenenze religiose e/o ideologiche (a volte appartenenza religiosa e adesione
politica-ideologica possono coincidere, a volte possono trovarsi in conflitto tra loro). Della questione del velo la Nafisi nel suo libro parla abbondatemente ma io penso anche, in questo momento, ad alcune pagine molto  interessanti che a questo proposito sono contenute nel romanzo “Neve”, in cui Orham Pamuk raccontando la storia di alcune ragazze turche che si suicidano perchè il regime politico in quel momento al potere vieta loro di portare il velo che esse hanno scelto di indossare esprime molto efficacemente la delicatezza e la complessità di questa tematica. Quando parlo dell’importanza della libera scelta/decisione individuale, penso anche, però, che sia altrettanto importante il rispetto della sensibilità altrui e di una serie di regole sociali e norme giuridiche e di comportamento del Paese in cui ci si trova a vivere. Reciprocità di tolleranza e di rispetto. Sembra facile, ed invece vediamo ogni giorno quanto praticar tutto questo sia difficile.


Ott 1

L’intervista: Angelo Ricci

Per me non esiste la comunità virtuale. Esiste la comunità che, attraverso l’utilizzo anche del canale virtuale, comunica e condivide. Tra le persone che ho avuto modo di conoscere sulla rete e in particolare su Twitter, c’e’ Angelo Ricci, con il quale ho piacevolmente scambiato due chiacchiere. Angelo Ricci è molto attivo sul web (Blog, Tumblr, Twitter, Anobii…) ed è autore del romanzo Notte di nebbia in pianura, edito da Manni Editori.

Di cosa parla il romanzo?

Quando ho cominciato a pensare a Notte di nebbia in pianura, la prima cosa che si è presentata alla mia mente sono state le voci dei personaggi. Voci che si sovrapponevano, che agivano su diversi piani di tempo e di spazio, che raccontavano del loro presente alla luce del loro passato. E queste voci si sono lentamente sedimentate in una serie di storie che, apparentemente separate, hanno trovato un denominatore comune. E questo denominatore comune è appunto una fredda notte invernale di nebbia fitta. Una notte di nebbia dove ognuna di quelle voci si troverà, ad un certo punto, a fare i conti con la tragica banalità della propria vita.

I Social Media rappresentano un cambiamento fondamentale nel modo di comunicare. Il loro utilizzo quanto influenza (se influenza) il tuo pensare da scrittore?

Certamente questo universo di partecipazione, di condivisione, di trasferimento di contenuti, ha senz’altro provocato una certa mutazione nelle nostre vite. Fa ormai parte del nostro vivere quotidiano. E, oserei quasi dire, per chi scrive, una presenza attiva in rete è ormai un’esigenza che non si può eludere. Il mio pensare da scrittore non è stato influenzato da questo modo di comunicare. Anche perché tengo separati i due momenti: quello della creazione attraverso la scrittura e quello della mia presenza sul web. Nel secondo caso tendo a privilegiare la condivisione di contenuti legati ai miei interessi e ad evitare una qualsiasi forma di autopromozione che potrebbe risultare fastidiosa. Ecco, il web, i Social Media mi hanno inseganto questo: se vuoi far conoscere i libri che scrivi (una cosa del tutto legittima) devi produrre innanzitutto contenuti interessanti e condivisibili dagli altri, legati ovviamente ai tuoi interessi. Se poi, apprezzando questi contenuti, qualcuno si incuriosisce anche ai miei libri, ben venga.

Si sente un gran parlare dell’ebook. Che ne pensi?

Negli Stati Uniti le vendite dei libri, nello scorso Natale, hanno visto per la prima volta l’ebook prevalere sul libro cartaceo. Quindi l’ebook è una realtà. Mi pare si aprano due ordini di problemi. Uno è legato al rapporto fra autori ed editori. E credo che questo, più o meno, resterà inalterato. Abbiamo sempre avuto una grande editoria che bada molto alla quantità, una piccola e media editoria che bada alla vivacità culturale e poi il tipografo che ti stampa le cento copie che poi venderai agli amici. In questo senso credo che le cose non cambieranno. Avremo sempre una grande editoria che vorrà soprattutto fare cassa, una piccola e media editoria che cercherà di trovare nuovi e bravi autori e il singolo che si autoprodurrà l’ebook per poi venderlo in prima persona a chi lo segue sul web. La cosa interessante è che, se questro singolo è un autore veramente bravo e con un forte seguito in rete e con la capacità di autoprodurre un ebook di qualità, potrebbe anche avere risultati molto buoni. Superiori forse anche a chi vedrà il prorpio ebook gestito da una piattaforma legata ad un editore. L’altro ordine di problemi è quello relativo ai contenuti. E’ in corso un interessante dibattito in rete proprio su questo. In sostanza si dice: l’ebook non può essere la semplice trasposizione digitale di un libro cartaceo. Necessita quindi di contenuti nuovi, connessi ad una sua evetuale ipertestualità e alla possibilità di essere una sorta di work in progress creato dalla collaborazione autore/lettori. Forse è questa la vera frontiera. Non saprei però dire se questa sarà ancora letteratura, almeno nel senso che intendiamo oggi.