Giacomo Alfredi

Si passano le stagioni a scavare il tronco di un albero per preparare la piroga su cui c’imbarcheremo in autunno. Luciano Erba


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Feb 17


La camminata di Jeanne Moreau, in Ascensore per il patibolo, di Louis Malle.

Il rumore di tacchi di donna. Senza voltarsi, sorridere al ricordo: «Sono più brava io, vero?». Tu, come Jeanne Moreau.

Le gambe, le gambe delle donne: “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia”. L’uomo che amava le donne, François Truffaut.

E le mani?

Mani di donna sfiorano le mie, mani della mia donna, luce fioca e giocare con le ombre, poco importa, così non ho paura del buio.

“Una donna può con le sue mani esprimere tante cose, dare l’illusione di tante cose, che in confronto le mani maschili mi fanno sempre l’effetto di pezzi di legno. Le mani maschili sono mani che si stringono per salutare, mani che picchiano, naturalmente mani che sparano e mani che firmano. Stringere, picchiare, sparare, firmare assegni barrati: questo è tutto quello che le mani maschili sanno fare e… naturalmente lavorare. Le mani femminili non sono già quasi più mani, sia che spalmino il burro sul pane sia che liscino i capelli sulla fronte. Nessun teologo ha mai avuto l’idea di fare una predica a proposito delle mani femminili nel Vangelo: Veronica, Maddalena, Maria e Marta – una quantità di mani di donna si muovono nel Vangelo, mani piene di tenerezza per il Cristo. Invece di questo parlano di leggi, dei principi dell’ordine, dell’arte, dello Stato. Cristo, per così dire in privato, ha avuto a che fare quasi esclusivamente con donne”.

(Brano tratto da Opinioni di un clown, di Heinrich Böll)


Feb 9


Febbraio, Smau2013 (Worshop, Scuola 2.0: prospettive e sfida della didattica con le tecnologie), Bari, le librerie, gli sms, Pasternak, Twitter.

Ieri, #Smau2013 e passeggiare a #Bari per le librerie del centro: i libri, l’odore, la gente che legge, Pickwick silenzioso e le sue storie.

Alla @LaFeltrinelli di Via Melo, per esempio: c’è gente tra i libri e più in là, al piccolo bar, dei ragazzi ridono, piano. #Bari #Smau2013

Una signora si avvicina bisbigliando al telefono, un’altra pare la rincorra con in mano il libro e la sua scelta. #Smau2013 #Bari #Libreria

E io di tanto in tanto tiro fuori il telefono dalle tasche con i suoi . Muto, come il libro che distrattamente sfoglio. Esco in strada.

La tristezza di via Sparano senza il dalmata muso di . Ora tutto è in via Dante, cambia il verso ma la sua rima tiene.

E la mia rima? Breve, come…”Febbraio. Prender l’inchiostro e piangere! Scrivere di Febbraio a singhiozzi…”. #Febbraio

Febbraio, Boris Pasternak

Febbraio. Prender l’inchiostro e piangere!
Scrivere di Febbraio a singhiozzi,
finchè il tempo piovoso scrosciante
brucia come una fosca primavera.

Prendere una carrozza. Per sei soldi
fra scampanio e stridere di ruote
recarsi là dove la pioggia torrenziale
strepita più che lacrime ed inchiostro.

Dove, come pere incenerite,
dagli alberi mille cornacchie
cadranno nelle pozze rovesciando
una secca mestizia sul fondo degli occhi.

Nereggiano di sotto gli spazi disgelati,
e il vento e solcato dai gridi,
e quanto più a caso, tanto più esattamente
si conpongono i versi a singhiozzi.


(foto: La libreria Laterza si restringe  / via @repubblicait)


Giu 2


Storie, miti, leggende. Omaggio a Taranto: Fàlanto e la colonizzazione spartana della città.

Il mito di Fàlanto in 6 tweet. Illustrazioni Pino Lecce, testo Giacomo Alfredi

Fàlanto

È Taranto.
Scorre il sole sul rivolo di mare.
Tra cielo bronzeo e nuvole grigie,
pane e vita tra le mani,
il seno mostra la conchiglia.

Presta orecchio, se vuoi, ascolta:
fiata e ti parla delle dorate rughe.
Lo sai che Taras è il mito 
e Fàlanto ha la chiave?

Fu figlio di Sparta alla messenica guerra
e al tempo 
le donne invocarono gemiti di maschio 
a futura difesa della città.

Dalle vecchie orme i giovani soldati alla patria;
le vergini, le non sposate: 
nacque Fàlanto, nacquero i Parteni.

Ma chinati i vittoriosi ferri,
Sparta si mostrò matrigna
e ai rivoltosi spense fuoco e calore.
A Fàlanto la parlante acqua di Delfi.

Le prue fino alle italiche sponde,
le difficoltà, la sfiducia.
Ma in quel tempo oracolo s’attende 
oracolo s’avvera: Taras fu gemma falantea.


Grecia antica. Sparta, VIII secolo a.C.

La guerra contro i Messeni

L’aumento della popolazione è una delle cause che spinge Sparta ad impegnarsi nella conquista delle fertili terre della vicina Messenia. Per raggiungere lo scopo, Sparta inizia una guerra che, a dispetto delle convinzioni (guerra lampo), durerà circa 20 anni.

Il giuramento

Prima di partire per i campi di battaglia, tutti i soldati prestano giuramento davanti alla statua di Zeus di tornare con lo scudo o sopra lo scudo (vincitori o morti).  Dal giuramento sono esonerati i giovani ragazzi che si uniscono alla spedizione.

La guerra e le donne spartane

Dopo circa 10 anni la guerra non sembra volgere al termine e una rappresentanza delle donne spartane si lamenta con l’esercito dell’assenza di uomini in patria; tra le motivazioni: natalità quasi a zero e conseguente rischio per la difesa del territorio.

Il ritorno dei giovani soldati in patria

I giovani ragazzi, esonerati dal giuramento e che nel frattempo sono diventati adulti, ritornano in patria con l’ordine di unirsi alle vergini spartane e alle non sposate. Da queste unioni nascono i Parteni.

Fine della guerra e rivolta dei Parteni

La guerra finisce con la vittoria di Sparta e ai Parteni, nel corso del tempo, vengono tolti tutti i diritti in quanto definiti figli non nati da legittime nozze. Capeggiati dal carismatico Fàlanto i Parteni, insieme agli schiavi, insorgono ma la rivolta è sedata nel sangue. Gli schiavi vengono trucidati e Fàlanto e i Parteni obbligati ad abbandonare la città. 

La profezia e la conquista di Taras

Alla ricerca di un responso circa il proprio futuro, Fàlanto consulta l’oracolo di Delfi. La sacerdotessa sentenzia:

Ti ho concesso Satyrion per potere così abitare la ricca città di Taras e diventare la rovina degli Japigi. Ma solo quando vedrai cadere la pioggia dal cielo sereno conquisterai territorio e città.

Fàlanto e i Parteni prendono la via del mare e si dirigono verso le coste di Taras (Taranto), ma una volta giunti nel territorio degli Japigi incontrano innumerevoli difficoltà. Un giorno, in un momento di stanchezza e di profonda sfiducia, Fàlanto chiede conforto alla moglie che gli offre il grembo per riposare. Mentre posa il capo e si addormenta, la moglie comincia a piangere disperatamente e a bagnargli il viso con le lacrime: è il segno dell’oracolo! Fàlanto si desta e subito comprende il vaticinio: le lacrime della moglie altro non sono che le gocce di pioggia dal cielo sereno (Etra vuol dire cielo sereno).

Così Pausania il Periegeta, da Il Mito.

Ed egli era triste e senza speranza. Ma la sposa, che sempre lo aveva seguito, lo consolava con amore. E poi ch’ella ebbe preso nel suo grembo il capo del marito, vinta dal dolore, un pianto struggevole l’assalse, vedendo che a nulla l’impresa dell’uomo volgeva. Ed ecco che egli sentì gran copia di lacrime: pioveva infatti sul capo di Fàlanto. E comprese il vaticinio, giacché la sua donna aveva nome Etra (cielo sereno).

Confortato dall’avverarsi della profezia, la notte seguente Fàlanto conquista territorio e città. Una città, Taranto, che contribuisce a far diventare grande e importante sino a divenire, nei secoli successivi, la capitale della Magna Grecia.


 

(Sul lungomare del borgo antico di Taranto c’è un’opera in ceramica - un pannello di 160 metri quadrati - dedicata al mito di Falanto e realizzata dall’ artista Silvana Galeone)

Riferimenti bibliografici: Falanto e i Parteni, Felice Presicci, Lacaita Editore, 1990. Storia di Sparta:950-192 a.C., W.G. Forrest, Laterza Editore, 1970.


Maggio 29

Beppe Salvia. Lettura a cura di Emma Pretti 

(audio di circa 5 minuti. Le sue poesie sono raccolte nel volume Un solitario amore, edizioni Fandango, 2006. Le liriche scelte non hanno titolo.)

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equiséto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

Emma Pretti, poeta. L’ultima raccolta di liriche è I giorni chiamati nemici, (Società Editrice Fiorentina, 2010)


Maggio 4

Guido Gozzano. Lettura a cura di Emma Pretti 

(audio di circa 10 minuti. I brani scelti sono L’amica di Nonna Speranza, Le golose, Un rimorso, La più bella.)

Emma Pretti, poeta. L’ultima raccolta di liriche è I giorni chiamati nemici, (Società Editrice Fiorentina, 2010)

Mar 31

Aldo Palazzeschi. Lettura a cura di Emma Pretti 

 (audio di circa 7 minuti. Le liriche scelte sono La fontana malata e Diana)

Emma Pretti, poeta. L’ultima raccolta di liriche è I giorni chiamati nemici, (Società Editrice Fiorentina, 2010)

Mar 7

Si figuri!

Cultura non è leggere molto, né sapere molto: è conoscere molto. Fernando Pessoa

Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti. Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatti fare dal curato, e domandò se sarebbero stati contenti di ricoverare, per que’ pochi giorni, le ospiti che Dio aveva loro mandate.
         « Oh! sì signore, » rispose la donna, con un tono di voce e con un viso ch’esprimeva molto più di quell’asciutta risposta, strozzata dalla vergogna. Ma il marito, messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un’occasione di tanta importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta forza l’arco dell’intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo d’idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale accennava già d’avere interpretato il silenzio: il pover’uomo aprì la bocca, e disse: « si figuri! » Altro non gli volle venire. Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la compiacenza del grand’onore ricevuto. E quante volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pensiero in quella circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che tutte sarebbero state meglio di quell’insulso si figuri! Ma, come dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse.

 

Alessandro Manzoni, I promessi Sposi (Il cardinale nella casa del sarto, cap. XXIV). 


Feb 3

Pierluigi Cappello

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

da Mandate a dire all’Imperatore, Crocetti, Milano, 2010


Gen 27


È solo e non spaventa, e ai compagni affida la sua luna, il portiere. Nel cielo a maglie vuole che scompaia; nel suo la tiene tra le mani.

illustrazione Pino Lecce
web http://www.pinolecce.it/
È solo e non spaventa, e ai compagni affida la sua luna, il portiere. Nel cielo a maglie vuole che scompaia; nel suo la tiene tra le mani.

illustrazione Pino Lecce

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Gen 25

E cammino verso casa con la cravatta fra le dita. Fievoli, gli ultimi cinguettii del giorno mi fanno compagnia. Guardo l’orologio: è tardi.

illustrazione Pino Lecce
web http://www.pinolecce.it/

E cammino verso casa con la cravatta fra le dita. Fievoli, gli ultimi cinguettii del giorno mi fanno compagnia. Guardo l’orologio: è tardi.

illustrazione Pino Lecce

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